Io così vado ovunque, tutti i giorni

Cronache di ferrovia - 1

E poi il buio.
Sparisce la ferrovia in riva al mare

SOMMARIO


San Lorenzo-Ospedaletti, gli ultimi tre giorni

30/9/2001

Lunedì scorso, 24 settembre, è stata definitivamente chiusa la ferrovia San Lorenzo-Cipressa - Ospedaletti Ligure, sostituita da una variante in galleria. Sono state soppresse le stazioni di San Lorenzo, Santo Stefano-Riva Ligure e Ospedaletti. La stazione di Taggia-Arma è stata sostituita da Taggia, ubicata circa 1800 m nell'entroterra, quella di San Remo è stata rimpiazzata da una fermata sotterranea, posta dentro la montagna e collegata all'uscita e al fabbricato viaggiatori da un tunnel pedonale lungo 400 metri.

La ferrovia da Savona a Ventimiglia era stata inaugurata il 10 febbraio 1872, elettrificata in trifase nel 1931, convertita in corrente continua nel 1967, il che fa 59 anni a vapore, 36 in trifase, 34 in continua. Proprio di questi ultimi sono stato testimone, negli ultimi 16 anni; 16 anni che fanno giusto giusto il 50% della mia vita - e non è poco.

Il 22, 23 e 24 settembre ero lì, tra San Lorenzo e Ospedaletti, per scattare le ultime foto, per provare a cogliere, vivere la fine, per cercare di immaginarmi come potesse essere quel mondo senza più il binario. Quello che segue è la cronaca di quei tre giorni. Non soltanto la cronaca degli avvenimenti, ma la cronaca delle sensazioni, delle emozioni - perché no? - dei sentimenti.


Arrivo a San Lorenzo la mattina di sabato 22. È ancora nuvolo, ma c'è il profumo del mare. Sottile, quasi impalpabile; come fosse ancora velato dall'alba che è appena finita, a tratti impercettibile o segreto. Ma c'è il profumo del mare.

San Lorenzo è lì, il campanile della chiesa, il bastione della stazione. La stazione in cui, di qui, è arrivato il primo merci - doppia di E.633 - di là, se ne è appena tornato il 2883, prendendo lento la controcurva verso l'ultimo rallentamento, accanto all'innesto della nuova linea, quello che più di tutti è presagio che siamo ormai arrivati alla fine.

La sera, in stazione di Diano Marina, ci sono i cartelli che annunciano la chiusura, i due giorni di autobus, i nuovi orari dal giorno 27. Il record della riduzione di percorrenza è per l'11385, l'ultimo regionale della sera: 22 minuti in meno, ma è chiaro che erano gli orari attuali ad essere malfatti, con incroci calcolati che peggio non si poteva (e difatti per la maggioranza dei treni le riduzioni sono poco più che trascurabili).

Non me l'aspettavo. Ecco, non mi aspettavo di trovarmi davanti quegli avvisi proprio stasera, a Diano, al termine di una giornata insperata e splendente, magica agli Aregai di Cipressa, serena a San Lorenzo, sempre con il mare in fronte. Non basta dire una tristezza, un'amarezza; è - è inevitabilmente - qualcosa di più, "un magone così".

La ferrovia del 1872; della trazione trifase che è stata, dei suoi segni che ancora oggi sono; la ferrovia descritta dalla Guida Rossa TCI del 1916 che ho in mano, disegnata sulla mappa al 200.000 del 1956 con cui ho giocato a orientarmi in questi giorni; la ferrovia del TEE Ligure e della Belvedere a San Remo, dei diretti internazionali e del Riviera Express; la ferrovia del diciannovesimo secolo e di tutto quanto il ventesimo, vede annunciata la sua fine, nel primo anno di questo secolo nuovo, da due cartelli scritti a computer, firmati Trenitalia, così modernamente asettici, così in qualche misura "volgari", ignoranti della Storia, di ogni storia.
Non voglio pensarci ora, e non riesco a non pensarci. Guardo indietro e vedo un mondo intero, che ho conosciuto, che ho fotografato, strenuamente, palmo a palmo, fino a quell'ultima, notevole inquadratura in teleobiettivo, dal PL di Santo Stefano verso il biforcarsi della deviata in stazione: un'inquadratura che a momenti mi sfuggiva! E proprio allora, una signora mi diceva: "Le ultime foto, eh!", con una voce, un tono insospettatamente amico.


Domenica mattina lo sciopero. A San Lorenzo la stazione è vuota. Camminare, quasi passeggiare per i tre binari, i due marciapiedi, la massicciata umida contro le suole, il Parasio che a tratti è foschia, a tratti appare quasi netto, il mare di sotto, ancora inquieto. Mancava, questo senso anomalo del "senza treni", senza treno alcuno, impresenziata: è inevitabile pensarlo un po' come "prova generale" di quel che sarà da dopodomani; ed insieme è qualcosa di più, di diverso, perché ancora non è dopodomani.

Poi, per farmi un po' del male, sono arrivato alla nuova stazione di Taggia. Se ieri era triste leggere i cartelli della fine, qui fa solo ribrezzo: al posto dell'intonaco, un cemento colorato che scimmiotta le tinte dell'arenaria, e tutto questo senso sconvolgente di moderno, così mille miglia lontano da qualunque atmosfera urbana di questa terra, dallo spettacolo della natura che vi è intorno. Da rabbrividire senza altre parole.

A Ospedaletti lo sciopero finisce, ma quel che torna a transitare sono tutti - dico: tutti - E.656 verdi XMPR. Ecco, forse è un po' questa la consolazione: questo binario se ne va pressoché insieme con la "mia" ferrovia, quella che non vorrebbe sapere che cosa è XMPR, che vorrebbe un blu splendente, un Isabella vivo, un arancio vivacissimo. Magra consolazione? Purtroppo non ne ho altre, se non quella, ben più ricca, delle foto, le centinaia di foto che sono riuscito a scattare in questa terra "più speciale", accarezzata dal binario e dal mare, vicini e amici.


Lunedì. Il giorno della fine. Arrivo a San Lorenzo che è ancora buio di nuvole. Poi... poi succede la magia. Il mondo si colora, a poco a poco e rapido insieme, e la luce grigia sopra il mare diventa grigio chiaro, e poi bianco e poi giallo, e il mare è come nascesse; in mezzo, con precisione cronometrica, l'ALe 801 di rimando incrocia il 1825.

Poi, a Santo Stefano, il dirigente movimento, che negli anni '80 era in servizio a Ospedaletti, mi conferma che allora le FS domandarono al Comune di Ospedaletti se volesse mantenere la stazione oppure no. Fu il sindaco in persona a chiedere - chiedere esplicitamente - che la stazione venisse soppressa. E adesso un bel cartello firmato dal Comune annuncia che dal giorno 25 la stazione è definitivamente chiusa. E quel "definitivamente", che ricorre in ogni avviso, è forse la cosa che più suona amara, nel suo essere insieme ovvia e ineluttabile.

Nel frattempo, sempre a Santo Stefano, un'anziana signora viene ad informarsi su un treno per Torino, e scopre che dovrà andarselo a prendere a Taggia cambiando due autobus, o a Porto, o a San Remo, che in autobus si sa sempre a che ora si parte e mai quando si arriva. E la signora si mette a protestare, a sbraitare!

E mi viene spontaneo pensare alle scene che ho visto domenica a San Remo, dove ogni persona di fronte ad un PL abbassato non faceva altro che dire "ancora un giorno e poi mai più". Ma... ma la signora che protesta perché il suo viaggio diventa più scomodo, i tizi che non sopportano di attendere cinque minuti a un PL chiuso (o di fare i 20 gradini del sottopasso che quasi sempre vi è accanto), queste sono tutte espressioni di un interesse particolare, di voler vedere il mondo con gli occhi della propria comodità.

Ecco, forse è questa la cosa che più di tutte se ne va, di là della ferrovia che chiude; è il senso di un bene collettivo, accettato proprio in virtù del suo essere "collettivo", anche quando vada a imporre qualche sacrificio al singolo. La ferrovia è sempre più mandata via, là dove nessuno la veda, dove non dia fastidio. E la ferrovia, essa stessa, diventa una questione commerciale "come tutte le altre" - la vendita delle tracce orarie al miglior offerente, per fare un esempio - gestita da società sempre più come tutte le altre. Avevo sempre pensato che la ferrovia non fosse una cosa come tutte le altre, fosse un bene importante, cruciale negli interessi della società, e come tale fosse responsabilità e impegno di quell'altra cosa importante che si chiama Stato. La fine di San Lorenzo è un po' come il prendere atto che questo mondo, che ritenevo "più giusto", non c'è più. Ora ne prendo atto.

E non posso non citare quest'altra cosa, anche se mi fa furente: i cartelli per l'inaugurazione della nuova stazione di San Remo, sopra la foto di un PL chiuso titolano "La città e il mare: collegamento ripristinato". Certo. Ma quale mare? La passeggiata Trento e Trieste - la storica passeggiata Federico Guglielmo del turismo ottocentesco degl'inglesi - non sarà più chiusa alle due estremità da due PL, ma qual è il mare che continuerà ad avere in fronte? L'enorme Porto Sole, quel diluvio di cemento che condivide con il porto di Santo Stefano il triste primato del peggior impatto ambientale di tutta la costa ligure. Allo stesso modo, sarà pure un'infrastruttura necessaria, ma il grande parcheggio dei pullman, rovente distesa di asfalto tra la (vecchia) stazione e il mare non credo proprio che accennerà a muoversi. Per non parlare della costa di levante, tutta "tagliuzzata" e privatizzata dalle villette, senza alcuna continuità a mare. C'è appunto di che essere furenti...


Garitta del km118. Dopo l'Aurelia Napoleonica sotto la torre Aregai, è qui l'altro, opposto, caposaldo di questa terra. L'ultimo a cui arrivare, come fosse una testimonianza. Ho ancora un treno da aspettare...

Guardo la curva a levante, il ritmo dei pali, il fronte del bastione. Questo è proprio l'addio, ora lo so e lo comprendo. E pare impossibile ancora, ed è amarissimo.

Siamo arrivati all'ultima sera, in stazione a San Lorenzo. Ci sono io, fotografo "duro e puro", ci sono altri tre fotografi, la moglie di uno di loro, una coppia anziana di villeggianti, venuta a salutare i treni, una signora che fotografa dalla finestra della casa in fronte, qualcun altro che ogni tanto fa capolino, la dirigente movimento che conoscevo già e che oggi mi sembra un po' meno "neutrale" del solito. Qui non c'è più chi impreca per i PL chiusi; siamo qui, tutti quanti, a dire addio alla nostra ferrovia. E questo è bello e speciale, sono felice di esser qui.

Alle 19.14 del 24 settembre, transitato l'IC 346 in ritardo e un treno di pellegrini per Lourdes, salgo in macchina e lascio il piazzale della stazione di San Lorenzo. Gli archetti trifase dall'Aurelia, mentre viene buio: so che non sarà mai più la stessa cosa.


San Lorenzo-Ospedaletti, "dopo la storia"

La "storia" era quella della ferrovia ottocentesca in riva al mare, la ferrovia viva e i suoi bellissimi treni. Quello che accade ora non può che essere "dopo".

13/8/2004

San Lorenzo-Cipressa

Una scritta più antica, riapparsa dopo la rimozione del classico cartello blu (13/8/2004).

Sede ferroviaria a San Remo

Presso l'albergo Maristella, al termine del Corso dell'Imperatrice. Per 1750 m, dalla stazione verso ponente, la sede ferroviaria è un unico, lunghissimo parcheggio (13/8/2004).

 

"San Lorenzo-Cipressa": la scritta nera sulle piastrelle, ricomparsa con la rimozione del cartello blu. Ma che squallore, che senso di abbandono; il solo rumore rimasto è quello della strada, parcheggi dove erano gli scambi d'ingresso, erbacce cresciute attorno ai pali. E, amarissima sorpresa, il cartello pubblicitario del nuovo porto turistico: credevo fosse finita, ogni scempio si fosse consumato, e invece no, ce l'hanno fatta un'altra volta. Che mondo è questo? Ora so che fine farà il "bastione" ferroviario, diventerà l'accesso stradale a questo nuovo porto.

L'ombra fresca della Torre Aregai, in quest'ora di mezzo, in cui, passato l'IC Tirreno - e prima ancora l'Espresso 349 - il sole cominciava a girare, a rendere possibili le inquadrature per i treni da Savona. I pali, i canneti, l'arenaria, il camminare a balzi su queste rocce: questo sono stato io per 15 estati, e del vento e del mare sento ancora l'odore; anche oggi che il sole non può più brillare sulla "striscia" di carrozze che si piega lungo le anse della costa, e un fischio non può più risuonare alle mie spalle.

Il pomeriggio arrivo a San Remo, ai giardini della Villa Comunale. Come non rimanere incantati di fronte a questo esplodere di mille alberi, splendenti di una solarità piena e avvolgente? Sono palme e oleandri, cedri e pini, lecci e pitosfori, ed altri ancora, a grappoli, a filari, dai nomi a me sconosciuti. Pochi metri più in là, però, non posso più sentire il rintocco del PL; i sassi della massicciata sono lì, immobili e disordinati; ancora una volta sono venuto qui a seguire la mia ferrovia, a vedere quel che ne resta. Ne resta sempre meno, e sempre meno vale la pena di seguirla, ma ancora una volta doveva essere.

Indietro, Arma è un grande parcheggio, ordinato e utilizzatissimo, persino gratuito. Un ottimo intervento, assolutamente inappuntabile: ci voleva proprio.
Come si fa a spiegare che erano invece possibili altri modi - e un altro in particolare - per risolvere il problema assai più a monte, per far sì che un tale parcheggio proprio non ci volesse?
Si abbandona una ferrovia, un pezzo alla volta, prima di tutto non sapendola gestire nel modo giusto, e infine del tutto, e si devono costruire nuove strade. Come fa a non apparire a tutti assolutamente evidente?

La Passeggiata Imperatrice, per oggi, è l'ultima meta. Immaginavo che sarebbe stata una vista per cuori robusti: lo è. Un parcheggio continuo, dall'estremità di levante della stazione fino al cimitero: fanno 1750 metri, addirittura un'offerta di posti auto superiore alla domanda. Che cosa ti aspettavi? Il Ligure con E.444 blu in controluce?
Dietro il muretto il mare sfavilla di turchese e di blu, le onde fin al Capo Verde, in questa giornata così frammista di un addio, definitivo, alla ferrovia, e di una terra ancor di continuo pronta a stregare.

Di nuovo al km 118, l'odore secco e intensissimo della vegetazione, il senso anomalo dei propri passi che risuonano sui sassi grigi, il colore del mare, di là del canneto, bello come se non servisse nemmeno cercare di raccontarlo. Con il sentimento aspro di voler dire: deve essere l'ultima volta.


Dopo quella giornata di agosto, non sono più tornato a San Remo appositamente per seguire i resti della ferrovia. Ci sono passato varie altre volte, ma perché andavo oltre, sul Tenda o sulla Nizza-Digne, oppure volevo documentare altri scempi, estranei alla ferrovia.
Per la cronaca, non ho nemmeno mai viaggiato sulla nuova linea, né ho mai messo piede dentro la stazione di San Remo. Non ho mai avuto alcuna fretta di conoscere diluvi di cemento.


Ortona-Casalbordino, cronaca dell'ultimo mese

28/11/2005

Una ferrovia in riva al mare da domenica scorsa non c'è più, sostituita dalla variante a doppio binario. E una ferrovia che chiude è per sempre. Non può passare sotto silenzio: è come un'altra frontiera della storia che scompare, e diventa galleria infinita. Questa volta non è Liguria, ma non potevo mancare.

Ortona-Casalbordino, dorsale adriatica, 26 km a binario semplice, poco a sud di Pescara.

C'ero stato la prima volta nel 1988, una settimana in giro per l'Italia. C'ero tornato nel 1998: il mondo era cambiato, erano arrivati i graffiti, ma qualcuna di quelle foto resta una pietra miliare. C'ero passato infine al volo nella primavera del 2003, quasi senza sapere che il binario era ancora vivo.

Poi ho saputo la data di chiusura: 27 novembre 2005, e in questo ultimo mese ci sono tornato: una, due, tre volte. Qualcosa come 3800 km su e giù per l'Adriatico: ne è valsa la pena.


Il primo giorno, 13 ottobre, parto da Milano con l'interregionale delle 5.55. Anche questo è un addio: da dicembre solo IC, il che, al di là del prezzo, vuol dire niente bici, e io ovviamente la bici ce l'ho con me!

L'IR copre la piena punta di tutta l'Emilia, con centinaia di viaggiatori, e ciò nonostante resta perfettamente puntuale. L'incrocio con l'IR in senso opposto avviene alle 11.00.20; uno scarto di 20 secondi rispetto alla perfetta simmetria della traccia: da manuale! (andate a ripassarvi gli orari cadenzati simmetrici se non avete capito...)

Passo Pescara e poi Ortona. A San Vito sono arrivato. San Vito non è una fermata qualunque: i tre binari sono lì in riva al mare; solo una staccionata li separa dalla linea della costa, dove si allineano i trabocchi, le esili strutture a palafitta per la pesca, tipiche di questa terra. La stazione è robusta e tranquilla, ma ce n'è un'altra lì accanto, che sembra un "cubetto" quasi per scherzo. Una ferrovia secondaria si dirama qui dalla principale, e prende quota con due tornanti e un tunnel elicoidale. O siamo in Svizzera, o in un sogno...

E' la Sangritana; anzi, per essere sinceri, è quel che ne resta: la sola tratta San Vito - Lanciano, 15 km, ultima erede di una vasta maglia che si avventurava nell'Abruzzo interno, a trazione elettrica e in origine a scartamento ridotto. Infatti la stazione successiva è San Vito Trasbordo. Trasbordo di che cosa? Ma è chiaro: delle merci, dai carri ordinari a quelli a scartamento ridotto!

Qui a San Vito Marina il binario della Sangritana termina sul piazzale esterno, asfaltato, come fosse un tram. Quando vi arrivo, è pronta la ALe 01, elettromotrice TIBB del 1957, una delle preziose peculiarità di questa ferrovia. Chiedo fra quanto parte: cinque minuti. In trenta secondi sono al cavalcavia della statale (se no, la bici che l'avevo portata a fare?). Prima foto, luce perfetta, linea aerea anch'essa d'epoca: cominciamo molto bene.

A fine giornata risalgo la Statale Adriatica, in direzione Ortona, passando per il cimitero di guerra canadese Moro River: questa è stata zona di aspri combattimenti nell'inverno 1943/44, e in qualche modo sottile se ne respira ancora la sofferenza, e poi la fiducia nella ricostruzione. Alcuni manufatti ferroviari mostrano ancora oggi la tecnica costruttiva degli Alleati, e sulla galleria Moro una lapide recita: Naturam adversam ingenium dominat.

Sullo sfondo, il porto di Ortona – odore di pescherecci e parlate meridionali – protende il suo molo nell'Adriatico; non ho potuto assistervi, ma mi dicono di spettacolari manovre dalla stazione al porto con locomotive diesel della Sangritana.


Il mattino seguente, alle 11.10 parte un treno per Lanciano; decido di prenderlo. Domando in biglietteria: "Si può portare la bici?" "Lo chieda gentilmente al capotreno"; lo chiedo, nessun problema, ovviamente gratis: ecco, questa è l'Italia che amo, in cui le regole e problemi si dissolvono in una sottile mescola di indifferenza e buon senso.

Tornare da Lanciano a San Vito è tutta discesa: uno spettacolo! Aspetto un treno di automotrici a San Vito Città, scatto, faccio in tempo a raggiungerle al ponte sul tornante e arrivo praticamente insieme a loro a San Vito Marina.

Adesso sul terzo binario è fermo un merci di pianali vuoti: vediamo che cosa ha in testa... Risalgo in bici e, mentre mi avvicino, noto un verde un po' diverso dal "solito verde". E.645.021, la più "mia" di tutte le locomotive che ho dipinto! Resta ferma per un quarto d'ora in riva al mare, con trabocco di sfondo, luce perfetta, fiorellini davanti. Scavalco la staccionata e scatto tutte le possibili inquadrature. Lo ammetto, sono stato fortunato.


Sabato si apre subito con un'alba luminosa e serena. Per far prima, vado a San Vito in treno. A San Vito alle 8, con la luce ancora dell'alba appena conclusa, c'è l'incrocio tra due ALn 776, quelle ex Ferrovia Centrale Umbra, rosse e avorio, bellissime.
Raggiungo il segnale di avviso lato Ortona: la ferrovia è qui un rettifilo che sembra infinito, tra i canneti e la linea retta della costa. Poi, quasi all'orizzonte, una curva ampia e precisa disegna il golfo di Acquabella; infine il portale della galleria Moro: una geometria profondamente ottocentesca, nel modo di tracciare il binario, assecondando la forma naturale, senza sminuire l'importanza della linea. Penso a come la stessa forma è stata affrontata oggi: un percorso tutto sotterraneo per cinque kilometri di fila. Bella forza... Ogni dialettica tra il binario e la terra soccombe di fronte alla galleria infinita. Ne rabbrividisco.

Intanto, per una corsa prova, passa persino il "Lupetto" – vale a dire il Bidonetto in versione Sangritana – rosso e argento è tutta un'altra cosa, rispetto al lugubre bianco di Trenitalia.

All'una prendo il treno per Torino di Sangro. Da qui, per tornare indietro bisogna "circumnavigare" su strade secondarie il ponte crollato sulla Statale (ma come ha fatto a crollare? Quello ferroviario lì accanto è vivo e vegeto!). Il giro però, a sorpresa, è nella riserva naturale della lecceta del Sangro: ne valeva la pena. Poi percorro la tratta finale della SS 652 accanto al raccordo della Fiat, che da solo meriterebbe una gita (però al sabato gli operai sono a casa, e non ci sono movimenti). Scendono le ombre e riprendo il treno per Ortona in tempo per la messa delle 18 in cattedrale.


La domenica il trasporto regionale assomiglia al vuoto cosmico. Per arrivare a Pescara a mezzogiorno l'unico mezzo a disposizione è a due ruote: no problem; poi il ritorno, R+IR. Tra l'altro, per usare l'offerta week-end al 50%, che vale solo sulle tariffe regionali [esistita solo in quell'ottobre 2005, ndr], ho fatto una spettacolare combinazione di biglietti: Pescara-Giulianova (tariffa Abruzzo), Giulianova-Pesaro (Marche), Pesaro-Piacenza (Emilia), Piacenza-Milano (Lombardia). Il tutto ovviamente all'emettitrice, se no ero ancora là a farlo capire al bigliettaio.

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Tre settimane dopo, il secondo giro. Per certi versi è una replica, ma erano parecchie le inquadrature che ancora mancavano: le ALn 776 all'alba verso il torrente Moro, la ALe 07 a San Vito Città, il notturno a San Vito, il golfo di Rocca San Giovanni a mezzogiorno. Già: mezzogiorno, come lo si vive in una spiaggia libera e deserta, il calore soffice di una giornata d'autunno che a tratti ha già il sapore dell'inverno, della brevità della luce e delle ombre lunghe.

Ecco: sono arrivato all'inverno, felice d'esser qui, di guardare il mare e il mondo da questo molo, la stazione di San Vito nella velatura in controluce, due pali stagliati sul tornante della Sangritana. Di questo binario, dei suoi rettifili, dei canneti e dei trabocchi sono stato testimone, fino a che ho potuto. Fino ad abituarmi allo scenario di questa costa, il portale in pietra bianca laggiù in fondo, i pali che si disegnano contro la vegetazione già in ombra. Una costa già tutta in ombra, che sono solo le due del pomeriggio: è come prendere atto dell'inverno, come se non me lo aspettassi, e riconoscerlo resta un'emozione.

La corsa delle 11.10 mi attende ancora una volta. Salgo a San Vito Città sulla ALe 07, assolutamente originale da sembrare un mezzo da museo. E assolutamente vuota. I viaggiatori della Sangritana semplicemente non esistono, mai visti più di dieci per treno. Perché dunque quella ferrovia esiste ancora oggi? Per caso e per miracolo, questo è ovvio; ma a me piace rivendicarne l'appartenenza a un patrimonio culturale, allo stesso modo di questi preziosi paesi d'Abruzzo che attraversa. Nel mondo di tutti i giorni ci sono i conti economici e i vincoli di bilancio; applicando la stessa logica, qui siamo allo spreco puro. Ma allora un museo che conto economico ha? La Sangritana esiste, per fortuna, perché è l'unico, minuscolo pezzo di ferrovia "svizzera" che siamo riusciti a conservare nell'Italia centrale [solo per un anno ancora: leggi l'addendum a fine articolo...].

Del resto – anche questo va detto – se la soppressioni delle stazioni in Liguria è un'Idiozia "con l'I maiuscola", qui le stazioni che scompaiono non gridano vendetta, sono a servizio di paesi obiettivamente minimi. Eppure la galleria infinita, la perdita definitiva di quel modo antico e giusto di progettare la ferrovia, continua ad essere una cosa triste, anche lungo questa costa, dove il grosso del traffico va da Pescara a Foggia senza bisogno di fermarsi.

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E siamo arrivati all'ultima gita, venerdì 18, a una settimana dalla fine. Il fatto che fossimo in quattro – una specie di scampagnata fra vecchi amici – nasconde un po' ma non attenua la tristezza per la fine di una ferrovia speciale, a cui da tanti anni sono affezionato, come lo ero alla mia San Lorenzo.

Stavolta viaggiamo di notte, e alle 7.30 siamo già lì, in riva al mare. La successione dei treni è la solita, ormai la so a memoria... prima l'incrocio tra le due ALn 776, poi il Treno della Valle (quello arancione), poi qualche merci. Sorpresa: ricompare anche la mia bella E.645.021! Uno dei soci si è dato da fare...

All'una prendiamo un regionale per Torino di Sangro. Guadagnamo la fiducia di macchinisti e dirigente con una busta delle mie cartoline (!) e scattiamo a tutto quello che vogliamo, compreso il 245 per le manovre (serie "0000", anno 1966, molto carino).

La 021 dovrebbe ripartire alle due; torniamo a San Vito e aspettiamo, ma non si vede. Alle tre devo partire verso sud, per il mio primo week-end pugliese, "Ci tolgono anche questo bel panorama", mi dice il capotreno, vedendomi con la macchina fotografica.

Sono le 15.01: si parte, per l'ultima volta. L'automotrice accelera dopo la deviata; la galleria, per l'ultima volta. La costa e i trabocchi, le altre due gallerie. Il mare è di uno smeraldo amico, le nuvole ancora viola, in quest'ultima giornata senza sole. Arrivo a Fossacesia, il golfo disteso innanzi, per l'ultima volta.

La 021 è lì che attende l'incrocio. Scatto dal finestrino dell'ALn 776. Ecco, l'ultima foto sul binario semplice che scompare è proprio della mia 021: chi l'avrebbe mai detto?!

Da domenica, l'unico tratto in riva al mare, a sud di Pescara, è tra Campomarino e Chieuti, un breve rettifilo fra dune coperte di vegetazione, nemmeno troppo affascinante. E poi il buio.

Fine della storia.


Addendum: l'anno successivo, chiude anche l'elicoidale di San Vito

... in verità la storia non era finita. Era rimasto un binario, a guardare il mare, quel tracciato "svizzero" dalla Marina di San Vito a Lanciano: un anno dopo, bisogna dire addio anche a questo. Ma qui non c'è solo tristezza e disappunto, c'è anche una nuova barzelletta italica, da esserne più tristi e più furenti. Vediamo.

Abbandonata pezzo per pezzo la storica rete della Sangritana, 103 km di linee per l'Abruzzo interno, l'unica tratta di un qualche valore commerciale era la San Vito - Lanciano, che permetteva il collegamento diretto tra quest'ultima città e Pescara.
Negli anni '90, proprio per velocizzarlo, si era cominciata a costruire una linea interamente nuova, di 10 km, che partiva dalla nuova stazione FS di San Vito (quella che, come abbiamo visto, si sarebbe inaugurata a fine 2005) e arrivava a una nuova stazione a Lanciano.

L'inaugurazione della nuova linea ha subito una lunga serie di rinvii, e doveva avvenire da ultimo entro il dicembre 2006. Così, dal 10 dicembre 2006 il servizio sulla linea vecchia è stato soppresso, ma quello sulla nuova non è affatto cominciato. Anzi: nuovi rinvii hanno parlato di marzo 2007, ma a tutt'oggi (luglio 2007) nessun servizio è stato attivato sulla linea nuova, di modo che quella che era la "Ferrovia" Sangritana oggi effettua solo collegamenti con autobus.
Nel frattempo si è anche "scoperto" che la nuova stazione di Lanciano è stata costruita in una posizione scomoda e sostanzialmente inaccessibile, mentre quella vecchia era in pieno centro: per utilizzare la stazione nuova sarebbe necessario istituire uno specifico autobus di collegamento (ovvero, ragionando in termini più realistici, la posizione della stazione annulla di fatto qualsiasi aumento di competitività del treno, legato alla maggior velocità della linea nuova rispetto alla vecchia).
Tralasciamo infine, per pudore, tutti i discorsi fatti dalla stampa locale sul riutilizzo della vecchia ferrovia per farne linee tranviarie o altre simili utopie.

A novembre 2006, pochi giorni prima della fine, sono voluto tornare ancora un ultimo giorno a San Vito, di ritorno dal mio viaggio siciliano. Trascrivo qualche nota di quel giorno.


25/11/2006

Stazione di S. Vito-Lanciano FS

Come si presentava, ormai totalmente disarmata, il 25 novembre 2006.

 

Rimanerne increduli, quasi tramortiti. Non mi ero accorto di essere arrivato così in basso, sulla "balconata" sopra la statale.
Il bianco abbagliante della massicciata nuda.
Così vicino, così enorme.
La stazione di San Vito FS, abbandonata esattamente un anno fa, è diventata un deserto di pietra.
Un deserto di fronte a un mare bellissimo, il colore turchese dell'Adriatico lucente al sole. La mia E.645.021 era ferma esattamente qui, l'ottobre dell'anno scorso. Adesso ci sono solo sassi, nemmeno più i pali a guidare lo sguardo. Abbiamo perso qualcosa, ancora una volta, forse senza che molti se ne siano accorti, forse senza che nessuno si sia domandato perché.


Tracciati ferroviari presso San Vito Chietino (CH)

Di tutte le linee mostrate, oggi (estate 2007) l'unica in esercizio è quella RFI a doppio binario disegnata in rosso. La tratta FS verde è già completamente disarmata (vedi foto in apertura).
La tratta FAS blu è chiusa ma probabilmente ancora armata. A novembre 2006 era ancora intatto, sebbene non usato, anche il raccordo FAS da S.Vito Marina all'allacciamento con le due linee per Lanciano (quella chiusa a dicembre 2006 e quella nuova ancora da aprire).
Dal novembre 2005 al dicembre 2006 i treni FAS hanno usato il raccordo rosso per la nuova stazione di S.Vito RFI.

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Ci vuole un po' per abituarsi all'incredibile tracciato di San Vito. Anzi: forse solo oggi, che lo vedo per l'ultima volta, l'ho davvero capito del tutto.
Prendiamo un treno che scende: parte da Città, percorre l'elicoidale, suona il PL senza barriere, esce dalla galleria, è accanto alla "palazzata" di San Vito; con la seconda galleria cambia versante, percorre il tornante e il suo viadotto: è quando lo si ammira meglio dalla Marina; scende poi fino in fondo e non se ne sente più il rumore, lo stridere dei bordini sulle curve; fa il secondo tornante sul viadotto in cemento armato.
Sono passati almeno 3-4 minuti, ed eccolo qui sotto; oggi lo vedo fermarsi nel deserto di cemento, ma l'anno scorso se ne udiva il fischio d'ingresso a Marina.

A che serve dire "che linea, che spettacolo!"? Anche per questo binario mancano due settimane alla fine. Quando mi capiterà ormai di tornare a Pescara? Ci pensavo due ore fa, arrivando alla rotonda sulla spiaggia, l'Adriatico che diventava scuro, la gente a passeggio il sabato pomeriggio. Ci sono stato bene, non solo a San Vito, ma anche a Pescara, a Ortona, luoghi ormai familiari, per i quali è triste pensare di non tornare più.

Stamattina all'alba, proprio all'alba, due ALn 776, piacevolmente tiepide, mi portavano su fino a Città, poi mi affacciavo al "belvedere", nel cuore di una giornata radiosa e solare, l'orizzonte dell'Adriatico lì sotto, amico e in pace. Poi finalmente i treni! Non più gli autobus sostitutivi che già hanno imperversato per tutta la mattina, preludio di quel che sarà il futuro.
Mi era già parso un fischio lontano, ma la campana del PL, improvvisa e pungente, mi fa fare un salto. Ecco l'allegro colore del Treno della Valle, meno male!

Quando ritorno giù in basso, il fronte della città e il filo del viadotto sono già tutti dorati di tramonto. Entro nella nuova stazione di San Vito RFI, fredda nell'ombra che ormai la ricopre. Strano: non provo nulla. Non mi sgomenta: nulla a che vedere con l'amarezza della pietra nuda, stamane in riva al mare. Questa selva di pali, questa distesa di cemento è semplicemente insignificante, come lo è qualunque altra opera moderna. Il senso della storia, lo star bene, gli sguardi ammirati sono altrove, non qui. Undici giorni di gita finiscono questa sera, davanti a una fettina di luna nuova. Però, che gita...


Un articolo ancora più severo sulla tristissima storia della Sangritana si può leggere su Photorail di Stefano Paolini: www.photorail.com/phr3-gli%20updates/agosto2007.htm.


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